Giovanni pico della mirandola e IL suo impegno per la concordia



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GIOVANNI PICO DELLA MIRANDOLA E IL SUO IMPEGNO PER LA CONCORDIA

La vita di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) si presenta come un’autentica e continua ricerca della verità. Il suo peregrinare tra tanti luoghi di cultura, centri universitari rinomati, accademie di grande prestigio, quel suo seguire vari maestri che lo potessero istruire in modo adeguato anche nello studio di autori a quel tempo poco frequentati, quel suo scrupoloso voler verificare tutto e conoscere tutto, hanno contribuito in maniera determinante ad alimentare la fama di Pico come di un uomo di vastissima cultura in grado di tutto comprendere e conoscere anche grazie alla sua straordinaria memoria.

Eppure Pico non è stato un semplice ricercatore che cerca di conoscere tutto, di essere preparato su ogni cosa per vanagloria. Il suo bisogno affannoso di accostarsi al maggior numero di autori possibili, nasconde, in verità, un progetto ben preciso.

È per esempio del tutto originale, ma coerente con questa impostazione di fondo, il fatto che Pico non abbia mai preso posizione per una particolare scuola filosofica condividendo, per altro, aspetti presenti in tutte le scuole. Così Pico a Padova segue maestri averroisti, da loro viene aiutato ed istruito, ma non possiamo definirlo averroista, a Firenze ha amici platonici, è affascinato da Platone, ma non si fa platonico o neoplatonico. Sempre a Firenze mantiene rapporti con gli aristotelici e con loro si confronta senza definirsi un aristotelico. Va a Parigi e lì riprende la dottrina scolastica sia nell’interpretazione scotista che in quella occamista, senza parteggiare, ma di tutto facendo tesoro. Venuto a conoscenza della dottrina cabalistica resta affascinato dalla possibilità di un metodo ermeneutico sicuro di lettura delle Scritture, ma non ne condivide l’impianto teorico.

Di fronte ad un autore tanto complesso si può restare certo perplessi. Sembra lecito, infatti, ad una primo livello di lettura, ridurlo ad un ricercatore insoddisfatto, incapace di giungere ad una sintesi, un uomo che ha fatto vari tentativi teoretici senza completarne alcuno. Potrebbe anche sembrare un indeciso e insicuro, non in grado di approfondire in maniera adeguata un autore o l’altro, una sorta di “tuttologo” dietro il quale ci sarebbe solo erudizione e basta.

Eppure, se così fosse, non ci potremmo spiegare il grande prestigio che quel giovane aveva ai suoi tempi, l’attenzione e l’interesse che le sue prese di posizione suscitavano, il forte rimpianto per la sua precoce scomparsa tale da provocare, secondo unanime convinzione, una grave perdita per la cultura italiana del tempo.

E allora vale la pena di tentare un approccio che cerchi di cogliere se, a fronte di una apparente dispersione e anche, forse, confusione di ricerche, letture, opere, non vi sia un progetto unitario sufficientemente chiaro nella mente del suo autore.

Se infatti dietro la vastità di interessi e di studi troviamo un disegno coerente ed una ispirazione interiore comunque giustificata dalla sua ricerca e produzione, allora è possibile dare a Pico un posto nella storia della filosofia e del pensiero teologico-religioso. In caso contrario egli potrà solo essere ricordato, eventualmente, come un grande erudito dalla proverbiale memoria, ma nulla più.




  1. LA RICERCA DELL’UNICA VERITA’

L’intuizione principale del conte di Mirandola è che una unità di fondo debba caratterizzare la produzione filosofico-religiosa dell’uomo, dei grandi sapienti dell’umanità. Egli va così alla ricerca e al vaglio di essa in una monumentale impresa intellettuale. Proprio questo intento giustifica il suo sforzo così straordinario per quel tempo. Non si tratta qui però di un libero ricercare in vista di un eclettismo o di un sincretismo, bensì di un tentativo di verificare la presenza dell’unica verità in autori tanto diversi per cultura, luoghi e anni di vita. Ciò dovrebbe evidenziare una concordia di sostanza tra loro, quale espressione della stessa verità che si trasmette lungo i secoli: ecco il progetto pichiano che cercheremo di mettere in luce. Tutto questo, inoltre, spiega bene il fatto che Pico non abbia mai voluto prendere posizione per una scuola di pensiero o l’altra. In linea di principio, infatti, egli intende seguirle tutte, almeno per quel tanto di verità che esse riescono a mettere in luce.

Questa convinzione in Pico non si trova però in contrasto con la rivelazione cristiana, e questo è un dato essenziale per comprendere la sua opera.

Egli era ben consapevole, infatti, che gli elementi di verità, sempre presenti lungo la storia degli uomini, dovevano servire ad aiutare ad accogliere colui che è la verità: Cristo Gesù, la cui venuta porta tutto a compimento. Si dovrà parlare allora della centralità di Cristo nel progetto intellettuale di Pico. Proprio su questo punto la storiografia si è però spesso scontrata nell’interpretazione del pensiero del conte di Mirandola: se infatti il tentativo concordistico di Pico finisce per essere un sincretismo che tutto accoglie appiattendo le differenze, oppure va al di là della religione rivelata in nome di un deismo naturale e di una fede universale senza dogmi e senza pratica, è evidente che si tratterebbe di una posizione inaccettabile per un credente cristiano.1

In altre parole, è possibile per il teologo valorizzare l’apporto di Pico in questo campo solo se esso si pone in armonia con la dottrina cristiana, cioé solo se è possibile dimostrare la sua ortodossia. Le opere di Pico e la sua stessa vita sembrano orientare proprio in questo senso, e allora l’impegno della concordia, così tipico nell’impianto pichiano, può offrire un contributo interessante anche alla teologia oggi.

2. UNITÀ E CONCORDIA NEL PERIODO DELL’UMANESIMO

Il tema della concordia, e dunque di un approccio in positivo alle varie tradizioni filosofiche e religiose, costituisce un aspetto originale del periodo dell’Umanesimo. È una attenzione che, in vario modo, troviamo presente in diversi autori.

Si veda, ad esempio, il tentativo del domenicano napoletano Antonio de Carlenis (1386-1449) il quale, da tomista, cercava con passione convergenze con altre dottrine riducendo le differenze e i contrasti a visioni superficiali e non approfondite e a questioni di linguaggio, oppure quello di Giovanni Gatto (1420-1484) che cercava la concordia tra Tommaso e Duns Scoto. Essi, a suo avviso, avrebbero punti di vista comuni negli aspetti essenziali dei loro sistemi. Ciò risulterebbe evidente laddove, nella interpretazione di questi maestri, si intenda andar oltre le differenze immediate per cogliere, nelle loro opere, forme diverse di un comunque comune linguaggio teologico. Nell’area francescana su queste posizioni fu anche Francesco Della Rovere (1414-1484), per lui Tommaso e Scoto solo apparentemente sembrano dissentire tra loro.

Una visione più ampia, in questi tempi, del tema della concordia fu propria di Giorgio Gemisto Pletone. Le sue idee, diffuse a Firenze al tempo del concilio (1439-1442), contribuirono alla diffusione della prisca theologia teoria che, come tale, era certo funzionale al tema della concordia. Egli pensava di poter riportare i vari culti e fedi religiose alla loro naturale unità originaria, e si faceva profeta di una età futura di fratellanza e di pace.

Analogamente Cristoforo Landino (1424-1498) cercava l’unica verità cogliendola nascostamente presente dietro i veli delle opere dei grandi autori, proponendo così una teologia poetica che fosse in grado di svelare gli arcani interpretando i loro testi.

Nonostante questi tentativi, il periodo del ‘400 fu però anche tempo di forti contrasti e polemiche. Pletone esaltava Platone, ma contro di lui Giorgio di Trebisonda, detto il Trapezunzio (1395-1484) difendeva la dottrina aristotelica accusando il platonismo di essere causa di eresia e di alterare così la dottrina cristiana. All’interno di questa polemica si inserì il cardinale Basilio Bessarione (1403-1472) il quale prese posizione in favore di Platone scrivendo un In calumniatorem Platonis,2 ma sostenendo anche che una conciliazione tra i due massimi filosofi dell’antichità non era impossibile, nel senso che le loro differenze erano, a ben vedere, ben limitate e che i due erano più concordi che discordi, al punto che essi si completavano nella ricerca dell’unica verità. E così, in questo modo, il Bessarione metteva a tema una questione che sarà poi ripresa da molti autori successivi, compreso Pico della Mirandola: cercare una sintesi tra Platone e Aristotele, interpretarli correttamente per evidenziare la concordia di fondo delle loro posizioni, e poi mettere in risalto il fatto che la loro verità filosofica si accorda con la verità rivelata del cristianesimo, nel senso che essa è sempre la stessa.

Più precisamente questa ricerca della concordia affiora anche al di fuori dell’Italia. In effetti ci troviamo di fronte ad una corrente di pensiero che, nei secoli XV e XVI, è riscontra­bile, nella riflessione degli intel­lettuali, in varie parti d’Europa. A Firenze con Ficino (1433-1499) e Pico, in Germania prima con il Cusano (1401-1464) e poi con Johannes Reuchlin (1455-1522), in Olan­da con Erasmo (1466-1536), in Inghilterra con John Colet (1467-1519) e Tom­maso Moro (1478-1535), in Francia con Jac­ques Lefèvre d’Etaples (1455-1536), solo per citare le figure più significative. È quindi possibile cogliere in questi pensatori e in altri un filone di pensie­ro che ebbe il merito di tentare un approccio positivo e nuovo verso le altre culture e le altre religioni.

Ciò vale, in particolare, per Nicolò da Cusa, Marsilio Ficino ed Erasmo da Rotterdam. Essi sono tra gli autori più significativi del secolo e ci segnalano dunque l’attenzione ad una tematica nuova ed originale, contribuendo così a creare quel clima nel quale si inserisce anche l’apporto di Pico della Mirandola.

Se da un lato non è possibile dimostrare un rapporto tra l’opera del Cusano e quella di Pico, sappiamo però che il mirandolano nel 1488 tornando dalla Francia, dopo la condanna papale, era intenzionato ad andare in Germania per visitare la notissima biblioteca del cardinale ed acquistare libri, cosa che poi però probabilmente non fece. Dunque la fama del Cusano era giunta anche a lui, forse Pico conosceva allora le posizioni del cardinale sui temi della concordia, della tolleranza e della pace. Il Ficino fu grande amico di Pico. Ci è facile pensare al rapporto intellettuale tra i due e la loro influenza reciproca. Erasmo fu infine la figura più eminente del Rinascimento europeo, conobbe Pico attraverso John Colet che lesse il conte e ne ammirò l’opera, ed è un esempio, tra i vari, di recezione pichiana oltre Italia.




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