Giovanni pico della mirandola e IL suo impegno per la concordia


la manifestazione dell’unica verità



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4. la manifestazione dell’unica verità

Dopo aver visto il metodo si tratta ora di prendere in considerazione l’attuazione del progetto attraverso gli scritti di Pico. Frutto di questo intento sono infatti le sue opere, soprattutto tre di esse: l’Oratio, le Conclusiones e il De ente et Uno.

Esse verranno ora considerate, ma solo sotto questo aspetto, sotto questo punto di vista. Si cercherà cioè di esplicitare brevemente come Pico abbia compreso il suo processo conciliatore, in base a quali convinzioni, abbia inteso svilupparlo e perché esso si possa considerare sostanzialmente coerente con la dottrina cristiana professata dalla chiesa.

4.1. L’Oratio: in ogni scuola di pensiero vi sono elementi di verità

Il testo che più mise in evidenza il progetto pichiano è certamente costituito dalle Conclusiones, le famose 900 tesi publice disputandae, sed non admissae.7

Nell’orazione che le precede, l’Oratio, la celeberrima De hominis dignitate, Pico spiega il motivo di tanti riferimenti, dello studio di tanti autori, di una proposta che, per la sua vastità di argomenti trattati, era certamente del tutto inusuale per quel tempo e, forse, per ogni tempo.

Questi autori sono principalmente i grandi filosofi dell’antichità, i quali, nella loro speculazione, si sono addentrati nel mistero ed hanno colto elementi e riverberi dell’unica verità. Per questo Pico li studia, li ama, li valorizza nell’ambito del suo progetto conciliatore, per questo si impegna per la conoscenza di una grande quantità di pensatori, di scuole e dottrine diverse.

Scrive Pico: “io volli presentare le conclusioni non di una dottrina so­la, come qualcuno intendeva, ma di tutte, in modo che da tal con­fronto di molte scuole e dalla discussione di una varia filosofia quel fulgore di verità, di cui Platone parla nelle Epistole, risplendesse nelle anime nostre come un sole na­scente dal cielo”.8 Ha origine proprio da questa convinzione il progetto conciliatore di Pico che costituisce l’originalità del suo pensiero.

In particolare risalta qui allora il ruolo della filosofia che Pico amava profondamente, tanto che l’Oratio ne è anche una difesa accorata ed un attacco preciso a quanti la disprezzavano -magari solo per quel modo di esprimersi non sempre conforme ai canoni estetici del tempo- e a quanti l’avevano ridotta ad occasione di guadagno.

Se dunque lo studio della filosofia convince il conte del suo progetto conciliatore, va anche aggiunto che essa viene esaltata anche per essere in grado di contribuire ad una concordia concreta tra gli uomini e al raggiungimento della pace perché placa gli odi e facilita la concordia.

Il frutto di questa ampia ricerca conferma Pico nella sua intuizione originaria, quella della reductio ad unum: pur di fronte alla enormità dello scibile umano è sempre possibile, al di là degli aspetti superficiali e marginali propri di ogni autore e della cultura del suo tempo, cercare una unità di sostanza presente nei solo apparentemente diversi sistemi di pensiero. È l’intuizione di fondo che lo porterà, nelle Conclusiones, ad affermare possibile la concordia anche tra autori tradizionalmente contrapposti.



4.2. Le Conclusiones, le 900 tesi

Il conte recensì 900 tesi in parte scelte tra gli autori più significativi delle varie tradizioni, in parte frutto di una propria personale rielaborazione, e le propose ad una disputa che si sarebbe dovuta tenere a Roma nel 1486 e alla quale erano invitati tutti i dotti del tempo: è il testo delle Conclusiones. Il risultato del convegno doveva essere il primo passo, doveva convincere sulla possibilità di una concordia universale per stimolare la ricerca dell’unica verità presente nei vari autori. Non fu la sua arroganza o superbia, ma necessità di confronto e ricerca di aiuto e collaborazione.

Nella prima parte delle Conclusiones, le prime 400 tesi, troviamo citati autori della scolastica, filosofi arabi, greci peripatetici e filosofi greci platonici, e poi l’analisi della matematica pitagorica, dei teologi caldei, del Trismegisto e infine, dei cabalisti.

Sono queste delle tesi tratte dai loro testi e proposte alla discussione, il genere letterario dell’opera è cioè ben preciso. Eppure la loro esposizione non è pura giustapposizione di tematiche prese a caso, oppure in base ad una soggettiva opinione. Sembra infatti lecito domandarsi se dietro la scelta e la successione delle prime 400 tesi, ma anche delle seconde 500, non vi sia una, come Pico stesso la chiama, occulta concatenatio da scoprire e mettere in luce. In questo senso è allora volutamente significativo, ci sembra, l’andamento a ritroso dal punto di vista temporale dei pensatori riportati. Si parte, infatti, da testi scolastici degli autori più vicini al ‘400 italiano e poi via via si retrocede fino ai cabalisti i quali riportarono per iscritto la predicazione orale che, a partire da Mosè, si tramandò segretamente tra i sapienti ebrei. Da notare che secondo la tradizione cabalistica Mosè ricevette direttamente da Dio sul Sinai il contenuto di questa predicazione e che era diffusa, ai tempi di Pico, la convinzione che proprio da Mosè in poi si sia trasmessa la verità passando attraverso le opere e le riflessioni dei grandi sapienti dell’umanità. Potremmo allora definire anche questo processo come il segnale di un voler andare alla fonte, di un retrocedere fino al punto iniziale, per trovare un riferimento comune dal quale si sarebbero poi dipartiti tutti i saperi.

Nella seconda parte, 500 tesi, Pico interviene proponendo la propria opinione. Il conte era qui sicuramente consapevole della portata di novità che talune conclusioni avevano in sè, tanto che lui stesso le definiva paradoxae, tali che a communi philosophia dissentiant, ma che comunque, a ben vedere, a communi philosophandi modo non multum abhorrent, mentre altre erano tali da essere nova in philosophia dogmata inducentes oppure a communi modo dicendi Theologorum satis diversam (la propria opinione) o, più radicalmente, secundum opinionem propriam.

La propria opinione che continuamente viene ora ribadita è espressione di quella volontà di conciliazione che Pico intende mettere in rilievo riprendendo il pensiero di vari teologi e filosofi nonché le tesi più diffuse in filosofia e in teologia a quel tempo. Di esse egli propone una propria personale interpretazione tutta tesa a mettere in rilievo quella concordia fondamentale che le unisce.

Ci troviamo di fronte ad affermazioni che non sono accompagnate dalle motivazioni che le supportano. Evidentemente nella disputa Pico si preparava a sostenerle e perciò anche a dimostrarle o a chiarirle. Di fatto ciò non avvenne se non per le 13 tesi condannate dalla commissione pontificia, le quali furono da lui lungamente discusse ed anche chiarite, successivamente, nell’Apologia.

L’inaspettata reazione romana e le vicissitudini seguite alla condanna bloccarono il mirandolano, e lo fecero più prudente, ma non spensero le sue convinzioni.

Per Pico si trattava ora di elaborare ulteriormente il tema della concordia universale. Ciò che nelle Conclusiones aveva affermato, va dimostrato.

È evidente quanto enormemente vasto sembra essere questo tentativo che caratterizzerà, come tensione, un po’ tutta la sua opera, ma Pico era convinto che fosse sufficiente dimostrare alcune concordanze essenziali di coppie d’autori generalmente ritenuti in contrapposizione reciproca, per garantire verità alla sua convinzione e sua universale applicabilità.

Nelle Conclusiones Pico si riferisce direttamente a tre coppie di autori: Platone-Aristotele, Tommaso-Scoto, Averroè-Avicenna. Di esse però egli tratterà solo la prima .

Primo, ed anche unico, capitolo di questa concordanza Platone-Aristotele è il De ente et Uno. Siamo nel 1491.



4.3. L’esecuzione parziale: il De Ente et Uno

Nel ‘400 molti altri si erano cimentati in questa fatica, alcuni per affermare la concordia tra i due sommi filosofi, altri per negarla. Il nostro è sicuramente convinto che Platone ed Aristotele concordino. Più precisamente scrivendo al Poliziano, che gli aveva chiesto un intervento in merito alla questione del rapporto tra l’Uno e il molteplice nella controversia tra aristotelici e platonici, Pico rivela di essere già al lavoro in questo senso e di avere l’intenzione di pubblicare una Concordia Platonis et Aristotelis che possa ampiamente dimostrare l’unità di vedute tra i due grandi pensatori dell’antichità. È possibile considerare il De ente et Uno come un capitolo di questa fatica, il primo, ma anche l’unico portato a termine. Esso è allora per noi un sintomatico esempio di come il mirandolano intendesse conciliare fra loro le dottrine dei due grandi filosofi.

Se si considera l’ente come ciò che partecipa dell’essere vi sarà qual­che cosa di superiore all’ente da cui tutto pro­viene e, con Dioni­gi, si potrà dire che Dio è l’Uno al di sopra dell’ente. In questo caso ha ragione Platone. Se però si intende l’ente in senso gene­rale, cioè sinonimo di esse­re, allora Dio o è ente o è niente e così Dio è Uno ed ente. In questo caso ha ragione Aristotele. In altre parole, se per ente si intende ciò che non è niente, allora, con Aristotele, l’Uno è ente in quanto esiste, se invece distinguiamo tra l’ente e l’essere in sé e per sé in cui vi è la pienezza e da cui gli enti ricevono l’essere, allora, con Platone, l’Uno, che chia­miamo Dio, è sopra l’ente.

In sostanza sia Platone che Aristotele, a ben vedere, hanno ragione nel senso che in­tendevano la stessa dottrina e proprio questo Pico intendeva mettere in rilievo.






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